Oggi molti credono alla teoria della sostituzione, una dottrina secondo la quale Israele non sarebbe più il popolo di Dio e sarebbe stato sostituito dalla Chiesa.
Ma la Scrittura insegna qualcosa di molto diverso.
Il testo biblico spiega con chiarezza che dal ceppo rimane una discendenza (Isaia 6:13) e che un ramo uscirà dal tronco di Isai, un rampollo dalle sue radici (Isaia 11:1).
Dio non sostituisce. Dio mantiene.
Dio giudica, ma non sradica ciò che ha scelto
La Scrittura ci mostra un modello costante: Dio giudica, ma non sradica ciò che ha scelto. Può abbattere l’albero, ma preserva il ceppo.
In Isaia leggiamo:
«Come al terebinto e alla quercia, quando sono abbattuti, rimane il ceppo, così rimarrà al popolo, come ceppo, una discendenza santa.» (Isaia 6:13)
L’albero viene colpito e la popolazione viene ridotta ma qualcosa rimane. E ciò che rimane è chiamato “una discendenza santa”. La promessa continua anche nel giudizio. Dio stesso lo dichiara apertamente:
«Non li rigetterò… fino a distruggerli del tutto e rompere la mia alleanza con loro.» (Levitico 26:44)
Questo è un punto fondamentale: Dio disciplina, ma non rompe il Suo patto.
Non annulla la Sua alleanza.
Non cambia popolo.
L’olivo di Romani 11: la Chiesa è innestata
Paolo riprende esattamente la stessa linea nel Nuovo Testamento.
«Dio ha forse rigettato il suo popolo? No di certo!» Romani 11:1)
E poco dopo aggiunge una dichiarazione decisiva:
«I doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili.» (Romani 11:29)
Poi usa un’immagine molto chiara: l’olivo.
Noi, che eravamo olivo selvatico, siamo stati innestati nell’olivo buono. Non è nato un nuovo albero, non è stata cambiata la radice.
«Se la radice è santa, anche i rami lo sono.» (Romani 11:16)
La Chiesa quindi non sostituisce Israele. È innestata nel ceppo che Dio ha preservato, in quella discendenza santa che rimane anche dopo il giudizio. Non siamo la radice. Partecipiamo alla linfa.
Il Messia e il trono di Davide
Isaia 9:5 è un passo sul quale molti si soffermano per descrivere le caratteristiche del Messia.
Ma spesso ci si ferma lì, senza continuare a leggere il capitolo con la giusta attenzione.
Il testo dice:
«Poiché un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato, e il dominio riposerà sulle sue spalle; sarà chiamato Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno, Principe della pace, per dare incremento all’impero e una pace senza fine al trono di Davide e al suo regno, per stabilirlo fermamente e sostenerlo mediante il diritto e la giustizia, da ora e per sempre: questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.» (Isaia 9:5-6)
Yeshua è venuto — e tornerà — per stabilire fermamente il regno di Davide suo padre, cioè il regno promesso a Israele.
Le promesse fatte a Israele quindi non sono state cancellate.
Dio riscatterà il residuo del suo popolo
Isaia continua con un’altra profezia molto chiara:
«In quel giorno il Signore stenderà una seconda volta la mano per riscattare il residuo del suo popolo rimasto in Assiria e in Egitto, a Patros e in Etiopia, a Elam, a Scinear e a Camat, e nelle isole del mare.» (Isaia 11:11)
La storia di Israele non è conclusa e la sua chiamata non è revocata. Il suo futuro non è cancellato poiché Dio stesso dice che stenderà la mano una seconda volta. Non per abbandonare, ma per riscattare; non per giudicare, ma per riportare a casa.
Isaia 11 non è soltanto una profezia sul Messia e sul Suo regno, è la testimonianza di un Dio che rimane fedele attraverso i secoli e conduce ogni cosa verso il compimento stabilito.
Il residuo eletto per grazia
Anche Paolo ribadisce la stessa verità.
«Dico dunque: Dio ha forse ripudiato il suo popolo? No di certo! Perché anch’io sono israelita, della discendenza di Abraamo, della tribù di Beniamino. Dio non ha ripudiato il suo popolo, che ha preconosciuto… Così, anche al presente, c’è un residuo eletto per grazia.» (Romani 11:1-2,5)
Anche oggi esiste un residuo, non perché Israele sia perfetto, ma perché Dio è fedele alle Sue promesse.
Innestati nella promessa fatta ad Abraamo
La Scrittura spiega che le promesse furono fatte ad Abraamo e alla sua progenie.
«Le promesse furono fatte ad Abraamo e alla sua progenie. Non dice: “e alle progenie”, come se si trattasse di molte; ma, come parlando di una sola, dice: “e alla tua progenie”, che è Cristo.» (Galati 3:16)
Ed è proprio attraverso Cristo che anche noi possiamo partecipare a quella promessa.
«Affinché la benedizione di Abraamo venisse sugli stranieri in Cristo Gesù, e ricevessimo, per mezzo della fede, lo Spirito promesso.» (Galati 3:14)
In Lui cade ogni distinzione che separa gli uomini:
«Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù. Se siete di Cristo, siete dunque discendenza di Abraamo, eredi secondo la promessa.» (Galati 3:28-29)
Per grazia possiamo essere innestati in quel popolo.
Un avvertimento per la Chiesa
Ma Paolo lascia anche un avvertimento molto serio. Non dobbiamo insuperbirci pensando di aver preso il posto di Israele.
«Non insuperbirti contro i rami; ma se ti insuperbisci, sappi che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te.» (Romani 11:18)
La Chiesa non è la radice, la radice è la promessa fatta ad Abraamo, portata avanti da Israele e compiuta nel Messia. E alla fine, il cuore di tutta questa rivelazione è uno solo:
Dio mantiene la parola che ha dato. Sempre.

