Un comandamento spesso messo in discussione
Sempre più credenti oggi si interrogano su cosa significhi davvero osservare lo Shabbat.
Una domanda che molti si pongono è: “In che misura devo osservare lo Shabbat?”
Se siamo onesti, riconosciamo che lo Shabbat è il quarto comandamento, o meglio una delle parole (devarim) che HaShem ha dato al Suo popolo. Queste parole sono suddivise in due categorie: le prime quattro riguardano la nostra relazione con Dio, le altre sei la relazione con il prossimo.
Per questo Gesù Cristo riassume tutto in due grandi comandamenti: amare Dio e amare il prossimo, non per annullare gli altri, ma per mostrarne il cuore.
Essere onesti significa anche questo: se prendiamo sul serio il fatto che Dio ci chiede di non uccidere, non rubare, non mentire e di non prostrarci davanti alle immagini, allora non possiamo ignorare il quarto comandamento. Anche lo Shabbat fa parte della stessa alleanza e merita lo stesso peso.
Shabbat: il significato profondo
Shabbat significa “cessare”, smettere, interrompere. Non indica semplicemente un riposo fisico, ma il fermarsi dal creare, dal produrre, dal fare.
Questo principio appare fin dalla creazione:
«Così furono compiuti i cieli e la terra e tutto il loro esercito. Il settimo giorno Dio compì l’opera che aveva fatta e si riposò il settimo giorno da tutta l’opera che aveva fatta» (Gen 2:1-2).
Nel testo troviamo due parole fondamentali:
- שָׁבַת (shavàt) → cessare, smettere, interrompere
- נוּחַ (nùach) → riposare, stabilirsi, posarsi
Comprendere questo è essenziale: Dio non si stanca e non si affatica.
«Non lo sai forse? Non l’hai udito? Il SIGNORE è Dio eterno, il creatore delle estremità della terra; egli non si affatica e non si stanca» (Is 40:28).
Il “riposo” di Dio non è quindi recupero di energie, ma una scelta intenzionale. È un cessare che apre uno spazio.
In questo cessare, Dio crea uno spazio nel tempo per avere comunione con l’uomo. Non è un bisogno Suo, ma un dono per noi.
Lo Shabbat diventa così un invito: entrare in questo spazio, riallinearsi al ritmo di Dio, smettere di fare per imparare a stare.
Tra legge, tradizione e cuore
Nel tempo, attorno allo Shabbat, sono state aggiunte molte regole, e ciò che doveva essere un dono è diventato, in molti casi, un peso. Il rischio è trasformare ciò che Dio ha dato come spazio di relazione in un insieme di regole da rispettare per sentirsi a posto. Le tradizioni hanno spesso appesantito ciò che Dio aveva dato con semplicità. Lo stesso Gesù ha mostrato come l’eccesso di regole possa allontanare dal cuore della Legge.
Questo non significa scartare tutto. Nella Torah ci sono istruzioni date sotto la supervisione di Dio, ed è giusto fermarsi e chiedersi che senso abbiano oggi per noi e quale sia il loro scopo reale.
Dentro questa riflessione non bisogna mai dimenticare un aspetto fondamentale: Dio è comprensivo.
È vero che, in passato, trasgredire lo Shabbat era motivo di lapidazione. Ma oggi viviamo alla luce del sacrificio di Cristo, e questo cambia la prospettiva. Non perché il comandamento perda valore, ma perché viene vissuto in una relazione diversa.
Questo non autorizza a sminuire lo Shabbat. Al contrario, siamo chiamati a rimetterlo al suo posto, senza abbassarlo ma nemmeno trasformarlo in un peso.
Dio ha spesso usato il rituale per rendere visibili realtà spirituali, come nel caso della rimozione del lievito a Pesach. Allo stesso modo, anche lo Shabbat non è solo un atto esteriore, ma parla di qualcosa di più profondo.
Per questo, ognuno è chiamato a fermarsi e considerare la propria condizione, la propria fede e la propria relazione con Dio, lasciandosi interrogare da una domanda personale: cosa mi sta chiedendo oggi?
La risposta non è sempre visibile dall’esterno.
Si può non lavorare il sabato e, allo stesso tempo, non vivere una vera fiducia in Dio. E si può invece lavorare, per responsabilità familiari, ma avere nel cuore la certezza che è Dio che sostiene e provvede.
Dio guarda oltre l’apparenza e vede il cuore.
La realtà della vita e lo sguardo di Dio
Quando questa verità entra nella vita concreta, emergono situazioni diverse.
C’è chi il sabato può partecipare attivamente alla vita comunitaria o scegliere di “riposare” e chi, invece, è chiamato a lavorare. Ed è proprio qui che emerge un principio essenziale: Dio guarda il cuore.
Non è realistico pensare che Dio chieda a qualcuno di perdere il lavoro o a una famiglia di rinunciare ai bisogni essenziali. Dio conosce le nostre circostanze e guarda l’uomo attraverso il sacrificio di Gesù.
Questo però non svuota lo Shabbat del suo significato.
Anche nelle responsabilità quotidiane, è possibile mantenere il cuore rivolto a Dio. Anche nel mezzo del lavoro, si può scegliere di fermarsi interiormente: magari con una preghiera silenziosa, un pensiero rivolto a Dio, un momento di consapevolezza.
Non è solo una questione di forma, ma di direzione del cuore.
La Scrittura porta ancora più in profondità questo concetto:
«Infatti chi entra nel riposo di Dio si riposa anche lui dalle proprie opere, come Dio si riposò dalle sue» (Eb 4:10).
Qui il termine “riposo” è κατάπαυσις (katápausis): indica un cessare, un entrare in quiete.
Il termine “opere” è ἔργον (érgon): tutto ciò che l’uomo compie con i propri sforzi.
Entrare nel riposo di Dio non significa solo smettere di lavorare con le mani. Entrare nel riposo di Dio significa smettere di vivere come se tutto dipendesse da noi. Significa fermarsi interiormente, lasciare il controllo e imparare, poco alla volta, ad appoggiarsi su Dio.
Come Dio ha cessato, anche noi siamo invitati a cessare: non solo dalle azioni, ma da quella tensione continua che ci spinge a fare, produrre, dimostrare. Entrare nel suo riposo è questo: lasciare spazio a Dio e permettergli di sostenere ciò che da soli cerchiamo di reggere.
Ricordarsi dello Shabbat
Rimane però un punto fondamentale: ricordarsi dello Shabbat. Quel giorno, e non un altro.
Questo ristabilisce un ordine nella creazione e nella vita. Riporta Dio al centro del tempo.
E soprattutto riporta il cuore alla sua posizione giusta: rivolto a Dio.
Perché, in fondo, lo Shabbat non è solo un giorno da osservare, ma uno spazio in cui entrare… e un invito a fidarsi.

